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7 Marzo 2026 – Vangelo e commento di don Luigi Maria Epicoco

PRIMO SABATO DEL MESE

///Vangelo e commento di Don Luigi Maria Epicoco///

Dal Vangelo secondo Luca
Lc 15,1-3.11-32

In quel tempo, si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». 
Ed egli disse loro questa parabola: 
«Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre.
Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa.
Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».

Parola del Signore.

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Commento al Vangelo Lc 15, 1-3.11-32

Tra tutte le parabole raccontate nel Vangelo, quella del figlio prodigo è forse una delle più famose. E quasi tutti ci sentiamo solidali con quel figlio minore che la combina grossa, che se ne va lontano da casa, che dilapida il patrimonio del padre e poi si ritrova senza più nulla, al punto da invidiare il cibo dei maiali. Dentro quella disperazione, in fondo, ha davanti due possibilità: lasciarsi morire oppure tornare indietro. E lui decide di tornare.

Questa è la prima grande buona notizia del Vangelo: finché siamo vivi, possiamo sempre convertirci, possiamo sempre tornare tra le braccia di nostro Padre. Non esiste errore che abbia l’ultima parola, se scegliamo di rialzarci. Il figlio minore pensa di rientrare come servo, ma il suo destino non è quello di occupare l’ultimo posto nella casa del padre: è quello di essere amato. Ed è proprio questo amore a guarirlo dall’egoismo che lo aveva portato a rovinare tutto. Non è la punizione a cambiare il cuore, ma l’abbraccio.

Ma nella parabola c’è anche il figlio maggiore, con la sua gelosia, la sua invidia, la sua frustrazione. È rimasto sempre a casa, non ha mai trasgredito apertamente, ha osservato le regole. Eppure, pur vivendo sotto lo stesso tetto, è interiormente distante dal padre. Si può essere lontani senza andarsene. Si può essere infelici pur non facendo danni evidenti. Anche questa infelicità è un inferno: un cuore chiuso, incapace di gioire per il bene dell’altro, incapace di sentirsi figlio. E anche per questa forma di smarrimento c’è una misericordia pronta a farti rientrare in casa.

La parabola, allora, non parla soltanto di chi sbaglia in modo clamoroso, ma anche di chi resta corretto e, tuttavia, non si sente amato. In entrambi i casi, la vera salvezza è accettare di essere figli. Perché solo chi si lascia amare come un figlio da Dio può davvero guarire dal suo inferno, qualunque esso sia.

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