PRIMO VENERDÌ DEL MESE
///Vangelo e commento di Don Luigi Maria Epicoco///
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 21,33-43.45-46
In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo:
«Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano.
Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo.
Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!”. Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero.
Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?».
Gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo».
E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture:
“La pietra che i costruttori hanno scartato
è diventata la pietra d’angolo;
questo è stato fatto dal Signore
ed è una meraviglia ai nostri occhi”?
Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti».
Udite queste parabole, i capi dei sacerdoti e i farisei capirono che parlava di loro. Cercavano di catturarlo, ma ebbero paura della folla, perché lo considerava un profeta.
Parola del Signore.
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Commento al Vangelo Mt 21, 33-43.45-46
La nostra vita è una vigna che non abbiamo piantato noi, ma che ci è stata affidata. Anche la persona più presuntuosa non può negare di non essersi data la vita da sola: l’ha ricevuta. Questa memoria originaria — il fatto di essere dono prima ancora che protagonisti — dovrebbe ridimensionare tante illusioni di grandezza e certi deliri di onnipotenza che, talvolta, finiscono per rovinare l’esistenza.
Nella parabola dei vignaioli, invece, assistiamo a un atteggiamento opposto. Quei contadini, a cui la vigna è stata affidata, si comportano come se ne fossero i padroni. Perdono il senso del limite e della gratitudine. Quando il padrone manda i suoi servi, li maltrattano; quando manda il figlio, fanno un ragionamento spietato e apparentemente logico:
«Costui è l’erede; su, uccidiamolo e avremo noi l’eredità!».
E lo cacciano fuori dalla vigna e lo uccidono. Il figlio è Cristo. È Lui l’inviato nella vigna del mondo. E quei vignaioli siamo anche noi ogni volta che viviamo come se tutto ci appartenesse, come se non dovessimo rendere conto a nessuno, come se Dio fosse un intruso da eliminare.
Ci illudiamo che togliere di mezzo il Figlio significhi diventare finalmente liberi. In realtà, è l’inizio dell’autodistruzione. Quando dimentichiamo chi siamo — creature, non padroni; amministratori, non proprietari — perdiamo il senso della realtà. La tentazione è sempre la stessa: credere di bastare a noi stessi. È una dinamica antica, che attraversa tutta la storia della salvezza. L’illusione dell’autosufficienza ci gonfia, ci seduce, ci fa sentire forti. Ma è una forza fragile, destinata a crollare.
La parabola non è un’accusa generica, ma un invito alla conversione. Ci ricorda che siamo affittuari di una vigna che non è nostra: la vita, i talenti, le relazioni, il tempo. Tutto è ricevuto. E proprio per questo tutto è responsabilità. Chiediamo allora l’umiltà di non dimenticare mai di essere custoditi prima ancora che capaci, inviati prima ancora che proprietari. Solo così la vigna produrrà frutto. E solo così la nostra libertà non diventerà un’arma rivolta contro noi stessi.
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Santo del giorno: Beata Rosa da Viterbo – Vergine del Terz’Ordine Francescano.