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27 Agosto 2026 – Vangelo e commento di don Luigi Maria Epicoco

///Vangelo e commento di Don Luigi Maria Epicoco///

Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 24,42-51

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Vegliate, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo.
Chi è dunque il servo fidato e prudente, che il padrone ha messo a capo dei suoi domestici per dare loro il cibo a tempo debito? Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà ad agire così! Davvero io vi dico: lo metterà a capo di tutti i suoi beni.
Ma se quel servo malvagio dicesse in cuor suo: “Il mio padrone tarda”, e cominciasse a percuotere i suoi compagni e a mangiare e a bere con gli ubriaconi, il padrone di quel servo arriverà un giorno in cui non se l’aspetta e a un’ora che non sa, lo punirà severamente e gli infliggerà la sorte che meritano gli ipocriti: là sarà pianto e stridore di denti».

Parola del Signore.

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Commento al Vangelo Mt 24, 42-51

«Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà».

Forse potremmo tradurre la provocazione del Vangelo di oggi con una domanda molto semplice e insieme destabilizzante: e se dovessimo morire proprio oggi? Confesso che ogni volta che penso seriamente alla possibilità della morte sento dentro di me una sorta di vertigine.

Non è un pensiero facile, né qualcosa che immediatamente ci restituisce serenità. Eppure Gesù non ci ricorda la morte per imprigionarci nell’angoscia. Fa esattamente il contrario: ci ricorda che dobbiamo morire perché possiamo finalmente domandarci per che cosa vale davvero la pena vivere.

Quando dimentichiamo che il tempo è limitato, rischiamo di sprecarlo. Rimandiamo le cose importanti, coltiviamo risentimenti inutili, investiamo energie in questioni che tra qualche anno non avranno più nessun peso. Viviamo come se avessimo infinite possibilità di ricominciare. Ma abbiamo una sola vita e ogni istante che ci viene dato è unico e irripetibile. La memoria della morte, allora, non serve a renderci tristi, ma a renderci essenziali. Ci costringe a distinguere ciò che conta da ciò che semplicemente ci distrae. C’è però qualcosa che rende persino la morte affrontabile: l’esperienza di essere amati.

Chi sa di essere amato può trovare il coraggio persino di compiere quell’ultimo salto nel vuoto, perché la fede gli suggerisce che quel vuoto non è veramente vuoto. È il salto di chi confida che dall’altra parte ci siano delle braccia pronte ad afferrarlo. Forse allora la domanda non è semplicemente quando moriremo, ma come la morte ci troverà. Sarebbe bello che ci trovasse vivi. Vivi davvero. Appassionati, intenti ad amare, occupati nelle cose che contano, riconciliati con le persone importanti, capaci di non sprecare ciò che ci è stato affidato.

Vegliare significa vivere così. Non aspettare la morte con paura, ma vivere in modo che essa non trovi una vita rimandata. Forse la grazia più grande da chiedere oggi è proprio questa: che quando arriverà quell’ora non ci trovi pieni di rimpianti per una vita non vissuta, ma profondamente grati per aver amato, rischiato, perdonato, donato e accolto tutto ciò che ci è stato dato.

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Santo del giorno: Santa Monica – Madre di S. Agostino