///Vangelo e commento di Don Luigi Maria Epicoco///
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 17,20-26
In quel tempo, [Gesù, alzàti gli occhi al cielo, pregò dicendo:]
«Non prego solo per questi, ma anche per quelli che crederanno in me mediante la loro parola: perché tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato.
E la gloria che tu hai dato a me, io l’ho data a loro, perché siano una sola cosa come noi siamo una sola cosa. Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità e il mondo conosca che tu mi hai mandato e che li hai amati come hai amato me.
Padre, voglio che quelli che mi hai dato siano anch’essi con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che tu mi hai dato; poiché mi hai amato prima della creazione del mondo.
Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto, e questi hanno conosciuto che tu mi hai mandato. E io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro».
Parola del Signore.
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Commento al Vangelo Gv 17, 20-26
«Perché tutti siano una sola cosa».
Questa preghiera accorata che leggiamo nel Vangelo di oggi è la preghiera che Gesù rivolge al Padre. Ed è forse una delle parole più commoventi di tutto il Vangelo, perché ci mostra il desiderio più profondo del cuore di Cristo: l’unità. Chi ama desidera sempre l’unità. Lo comprendiamo bene anche nelle esperienze più umane. Quante volte un padre o una madre soffrono nel vedere i propri figli divisi, incapaci di parlarsi, feriti dalle incomprensioni o dall’orgoglio! Chi ama non sopporta la separazione.
Per questo la preghiera di Gesù non è qualcosa di secondario. È il desiderio stesso del suo amore. Eppure noi cristiani, tante volte, abbiamo disatteso questa richiesta. Le divisioni, le contrapposizioni, le chiusure reciproche feriscono il volto della Chiesa e contraddicono il Vangelo che annunciamo.
È anche per questo che il cammino ecumenico della Chiesa non nasce da una sensibilità semplicemente diplomatica o da una moda culturale, ma dalla fedeltà a questa preghiera di Cristo. È Gesù che ha desiderato che i suoi discepoli fossero uniti. Ma unità non significa uniformità. Non significa cancellare le differenze. Significa comunione. Significa imparare a riconoscersi parte dello stesso corpo pur nella diversità dei doni, delle sensibilità e delle storie.
La Trinità stessa è il modello di questa unità: il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo sono distinti, eppure perfettamente uno nell’amore. Il Vangelo di oggi ci invita allora a domandarci se siamo persone che costruiscono comunione oppure divisione. Perché ogni volta che scegliamo l’orgoglio, la rivalità o il giudizio, ci allontaniamo dal desiderio di Cristo. E ogni volta che costruiamo ponti, che custodiamo legami, che scegliamo la riconciliazione, rendiamo visibile nel mondo qualcosa dell’amore stesso di Dio.
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Santo del giorno: San Cristoforo Magallanes, Sacerdote e Compagni – Martiri in Messico