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18 Marzo 2026 – Vangelo e commento di don Luigi Maria Epicoco

///Vangelo e commento di Don Luigi Maria Epicoco///

Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 5,17-30

In quel tempo, Gesù disse ai Giudei: «Il Padre mio agisce anche ora e anch’io agisco». Per questo i Giudei cercavano ancor più di ucciderlo, perché non soltanto violava il sabato, ma chiamava Dio suo Padre, facendosi uguale a Dio.
Gesù riprese a parlare e disse loro: «In verità, in verità io vi dico: il Figlio da se stesso non può fare nulla, se non ciò che vede fare dal Padre; quello che egli fa, anche il Figlio lo fa allo stesso modo. Il Padre infatti ama il Figlio, gli manifesta tutto quello che fa e gli manifesterà opere ancora più grandi di queste, perché voi ne siate meravigliati.
Come il Padre risuscita i morti e dà la vita, così anche il Figlio dà la vita a chi egli vuole. Il Padre infatti non giudica nessuno, ma ha dato ogni giudizio al Figlio, perché tutti onorino il Figlio come onorano il Padre. Chi non onora il Figlio, non onora il Padre che lo ha mandato.
In verità, in verità io vi dico: chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato, ha la vita eterna e non va incontro al giudizio, ma è passato dalla morte alla vita. In verità, in verità io vi dico: viene l’ora – ed è questa – in cui i morti udranno la voce del Figlio di Dio e quelli che l’avranno ascoltata, vivranno.
Come infatti il Padre ha la vita in se stesso, così ha concesso anche al Figlio di avere la vita in se stesso, e gli ha dato il potere di giudicare, perché è Figlio dell’uomo. Non meravigliatevi di questo: viene l’ora in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la sua voce e usciranno, quanti fecero il bene per una risurrezione di vita e quanti fecero il male per una risurrezione di condanna.
Da me, io non posso fare nulla. Giudico secondo quello che ascolto e il mio giudizio è giusto, perché non cerco la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato.

Parola del Signore.

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Commento al Vangelo Gv 5, 17-30

“«Il Padre mio opera sempre e anch’io opero». Proprio per questo i Giudei cercavano ancor più di ucciderlo: perché non soltanto violava il sabato, ma chiamava Dio suo Padre, facendosi uguale a Dio”.

In questo versetto si trova uno dei punti più decisivi della vita di Gesù. Ciò che rende la sua presenza così insopportabile per alcuni non è semplicemente la sua predicazione, né i molti miracoli che accrescono la sua fama.

Il vero problema è la sua relazione con Dio. Gesù chiama Dio «Padre» e si presenta come Figlio. È in questa relazione di figliolanza che si gioca tutto il suo destino. Questa intimità con il Padre è il segreto della sua libertà e della sua forza. Gesù non agisce mai da solo: tutto ciò che fa nasce dalla comunione con il Padre. Proprio per questo suscita opposizione. Perché davanti a una relazione così vera con Dio si manifesta anche una forma di resistenza, quasi una sorta di invidia spirituale: l’incapacità di accettare che qualcuno viva così profondamente radicato in una relazione d’amore.

Eppure il Vangelo non racconta questa relazione soltanto per parlare di Gesù. La racconta anche per parlare di noi. Con il battesimo abbiamo ricevuto lo stesso dono: non siamo più soltanto creature messe al mondo, ma figli. Tutta la vita cristiana consiste nel tentare di vivere a partire da questa verità. Non è semplicemente aderire a un insieme di idee religiose o a una tradizione. È imparare a vivere da figli.

Significa ricordarsi che Dio non è una forza anonima o distante, ma un Padre che ci ama. La forza di Gesù era il Padre. Tutta la sua libertà nasceva da lì. E lo stesso dovrebbe accadere anche per noi. Il Vangelo, allora, ci pone una domanda molto seria: viviamo davvero come figli oppure ci accontentiamo di essere soltanto degli adepti?
La differenza è grande. L’adepto esegue; il figlio si fida. L’adepto osserva; il figlio vive di relazione. E solo chi vive da figlio conosce davvero la libertà delle persone amate.

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Santo del giorno: San Cirillo di Gerusalemme – Vescovo e dottore della Chiesa